Un’illusione: la nostra unicità di specie

Tutti i quotidiani e le televisioni del mondo hanno riportato la notizia che in Sud Africa ad una cinquantina di Km da Johannesburg è stato rinvenuto il più grande raduno di ominidi fossili mai scoperto nella storia della paleoantropologia, che ci attesta l’esistenza di una nuova specie del genere “Homo”. Qualche cenno storico sull’origine della nostra specie (Homo sapiens) servirà a chiarirci meglio le idee su quanto importante sia stata questa scoperta e su come sia complessa la vicenda che ci ha portato ad essere non più di trentamila anni fa l’unica specie del genere “Homo”, sopravvissuta alla selezione naturale. In base all’orologio molecolare che i nostri organismi possiedono ed ai reperti fossili rinvenuti, possiamo affermare che il genere “Homo” con le scimmie antropomorfe ha avuto 6 – 7 milioni di anni fa un antenato in comune. Da quel momento è iniziata la divaricazione, quasi sicuramente nell’Africa orientale subsahariana, tra i rappresentanti che avrebbero dato origine al genere “Homo” circa due milioni di anni fa e le scimmie. Un elemento incontrovertibile che certifica la nostra stretta “cuginanza” con le scimmie antropomorfe è il Dna che con gli scimpanzé è uguale al 99% ed un po’ meno con urangutan e gorilla.

La scoperta di questa nuova specie appartenuta al genere “Homo”, denominata “Homo naledi” sferra un altro duro colpo ai tanti creazionisti neo e vetero, ostinatamente e caparbiamente antievoluzionisti, che si vogliono ancora cullare nell’illusione totalmente contraria a ciò che ha scoperto la paleoantropologia che la nostra specie è qualcosa di privilegiato ed unico nel panorama della biodiversità terrestre e che da qualche parte esista un essere “misterioso”, onnipotente e sovrannaturale che ci abbia creato per destinarci a chissà quale glorioso compito e per farci realizzare chissà quale grandioso progetto!

Niente di più illusorio e di profondamente sbagliato! Il genere “Homo”, il genere della nostra specie, comprende più rappresentanti: almeno una dozzina! Abbiamo erectus, habilis, sediba, ergaster, denisova, floresiensis, neandhertal, sapiens, etc e tutti sono stati individuati come specie una diversa dall’altra dall’analisi del Dna, che oggi si può effettuare anche sui reperti fossili. Per rendere più esplicita la situazione e per far comprendere meglio di fronte a cosa ci troviamo, bisogna chiarire che non è come se fossero razze canine diverse all’interno della stessa specie, come potrebbero essere un barboncino ed un chihuahua, ma di vere e proprie specie diverse, come potrebbero essere il coyote e la iena.

Chiaramente diventa una pia ed anche una patetica illusione quella coltivata da vari gruppi religiosi cristiani e non che possa esistere, anche minimamente, un accordo tra quanto sta scoprendo progressivamente la scienza e i racconti sulla creazione della Bibbia o di altri testi religiosi. Come appare evidente dalla scoperta dei resti fossili di “homo naledi”, la nostra unicità di specie è un’autentica chimera e ciò che è intervenuto in Natura è quello che il grande naturalista inglese Charles Darwin aveva intuito già a metà del XIX secolo: l’evoluzione in base alla selezione naturale.

Come avviene questo processo in Natura che Darwin aveva capito anche senza conoscere i meccanismi del Dna, in quanto esso fu scoperto solamente nel 1953 ad opera dell’americano James Watson e del britannico Francis Crick?

Un organismo di una qualsiasi popolazione di esseri viventi ad un certo punto della sua storia subisce modificazioni nel suo piano corporeo che gli conferiscono un vantaggio differenziale nella selezione naturale. Tale organismo, usufruendo di questo vantaggio differenziale, avrà la possibilità di vivere più a lungo e di conseguenza generare più prole, la quale tenderà a diffondersi sfruttando quel particolare tratto vantaggioso. Per evitare qualsiasi fraintendimento ed incorrere in forme mascherate di teleologia, tanto care ai credenti religiosi di casa nostra, bisogna specificare che le mutazioni non sono “direzionate”, quasi che seguissero un percorso preordinato, finalizzato alla creazione di quel tratto vantaggioso, capace di far meglio sopravvivere l’organismo. Esse sono casuali e solamente se determinano modificazioni nei piani corporei che meglio adattano l’organismo all’ambiente e al clima, risultano alla fine “vincenti”.

Quando è stata scoperta la molecola del Dna, come dicevamo, a metà circa del sec. XX, si è capito come potevano insorgere questi tratti vantaggiosi: attraverso mutazioni dovute ad errori di replicazione del codice genetico durante la duplicazione delle cellule.

Se queste mutazioni interessavano i gameti, esse diventavano trasmissibili ed il tratto vantaggioso (corna più robuste, un veleno particolarmente efficace, un carapace, zampe più agili per sfuggire ai predatori, un mimetismo particolare, etc.) si diffondeva e dava origine a nuove specie.

Questo è successo per tutti gli organismi viventi, compreso l’uomo!

Per il principio di parsimonia, denominato in filosofia “rasoio di Occam”, l’ipotesi che possa esistere un dio creatore viene sempre di più accantonata e non presa in alcuna considerazione dalla ricerca scientifica.

Ovviamente poi essa per non essere accusata, come spesse volte è accaduto di scientismo, diciamo così, si è occupata delle proprie indagini, ma va da sé che le cose che scopre, anche senza dirlo apertamente, per non urtare le lobby religiose molto potenti che potrebbero influenzare i governi nazionali a non concedere fondi per la ricerca, sono chiaramente a favore di “una creazione senza Dio”, come recita il titolo di un bel libro del più illustre filosofo della scienza italiano, il prof. Telmo Pievani.

Vorrei invitare i tanti credenti nelle varie confessioni cristiane e nelle altre religioni presenti sul nostro pianeta ad una riflessione sincera, leale, onesta e spassionata.

Ma come si può continuare a credere in un Dio creatore, a meno che non lo si voglia ritenere “sadico” e “pasticcione” se le continue ricerche paleoantropologiche ci portano a conoscenza che sono esistite nei due milioni di anni da quando si è formato il genere “Homo” almeno una dozzina di specie umane, alcune delle quali sono vissute anche contemporaneamente (come ad esempio sapiens e nehanderthal)?

Cosa dobbiamo ipotizzare?

Che questo Dio si “divertiva” a creare specie umane, poi si accorgeva che nascevano con qualche “difetto di fabbrica” e quindi le eliminava?

Che dire poi di quella certezza scientifica che ci fa sapere che se 60 milioni di anni fa i dinosauri non si fossero estinti, la classe dei mammiferi, da cui usciranno “Homo” e le scimmie antropomorfe, non si sarebbe mai espansa e i suoi rappresentanti sarebbero per sempre rimasti di piccola taglia, precludendo a noi “sapiens” un giorno di comparire e di ritenerci presuntuosamente “oggetto” di un progetto mirabile non solo terreno, ma addirittura ultraterreno?

Anche in questo caso siamo in un presenza di un Dio particolarmente “sadico” che prima crea e poi distrugge?

Lo dico sinceramente e senza scherno: non vorrei trovarmi nei panni dei credenti che devono continuare ad essere tali e rispondere a questi “terribili” interrogativi!

 

Vincenzo Caputo

La Bibbia è veramente ispirata?

La Bibbia è il libro più letto e diffuso al mondo ed etimologicamente il suo nome deriva dalla lingua greca (biblia significa appunto “libri”) ed è ritenuta sacra ed ispirata dai cristiani ( cioè dai cattolici che fanno capo al vescovo di Roma, il papa, i protestanti che sono nati dalla riforma di Martin Lutero, gli ortodossi separati dai cattolici nel 1054, più per ragioni politiche che religiose e morali).

Che significa che la Bibbia è ritenuta “ispirata” dai cristiani?

Essa ha un autore “sostanziale” ed un autore “formale”.

L’autore sostanziale è Dio, l’autore formale è il singolo agiografo (scrittore di cose sacre) che in genere non è quello riportato nell’indice, ma uno sconosciuto a cui  viene dato il nome di un personaggio importante della storia biblica.

Facciamo un esempio: da qualche secolo gli studiosi della Bibbia avevano individuato nel Pentateuco (i primi cinque libri: Genesi, Esodo, Numeri, Deuteronomio, Levitico) ben quattro tradizioni diverse (Eloista, Javista, Sacerdotale, Deuteronomista) poi confluite in esso.

Ebbene, per dare maggiore forza morale e culturale a questa parte della Bibbia, attuando un’evidente forzatura, la si attribuisce a Mosé.

Dopo il Concilio Vaticano II (1962 – 1965) con la Costituzione dogmatica “Dei Verbum” i cattolici accettano le indicazioni degli studiosi ed hanno rinunciato all’idea che sia stato Mosè l’autore del Pentateuco, ma basterà parlare con un Testimone di Geova o con un protestante di una di quelle sette presenti sul nostro territorio, che vi diranno indefessamente che gli autori “formali” della Bibbia sono quelli indicati nell’indice e che non hanno alcun dubbio in merito, essendo le ricerche esegetiche un qualcosa di fuorviante dalla retta fede.

Come si può vedere già esistono problemi sull’autore “formale” dei 73 libri di cui si compone il canone cattolico (il canone dei protestanti e dei Testimoni di Geova è inferiore di numero di almeno 6 o 7 libri, tutti dell’Antico Testamento). Infatti su quasi tutti i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento gli studiosi avanzano dubbi sul reale autore, ritenendo che sia avvenuta quell’operazione molto frequente nell’antichità: si attribuiva un testo ad un personaggio famoso per concedergli maggiore credito culturale.

Adesso vediamo di fare qualche osservazione sull’autore “sostanziale” dei libri biblici.

Come abbiamo detto, tutti i gruppi cristiani, compresi i Testimoni di Geova, ritengono che l’autore vero della Bibbia sia Dio, che ha ispirato gli uomini che materialmente hanno redatto il testo.

Già la storia quasi millenaria del canone biblico (il canone è quella lista che stabilisce da parte delle chiese quali sono i libri ispirati e quali quelli non ispirati) è alquanto “curiosa” e lascia intendere chiaramente che è un’operazione tutta umana in cui il soprannaturale ed il divino non c’entrano per nulla.

Infatti come si fa a stabilire se un libro è ispirato o meno? Certamente esso non porta la firma di Dio e nemmeno alcuna dichiarazione di autenticità! Sulle varie storie bibliche sia dell’Antico che del Nuovo testamento ci sono numerosi libri e solo valutazioni prettamente umane e, diciamolo pure, “politiche” hanno determinato la loro inclusione nel canone.

Ai protestanti, ad esempio, non “convenivano” alcuni libri dell’Antico Testamento perché parlavano di realtà che la loro dottrina non accettava e quindi li hanno esclusi. Come caso paradigmatico possiamo portare la dottrina del Purgatorio. Di essa non si parla nel Nuovo Testamento, però i cattolici per “sfruttare” economicamente tale credenza (la storia delle indulgenze con cui risparmiavi il tempo da sostare in Purgatorio) la ritennero biblicamente ispirata e come “pezza d’appoggio” portavano i libri dei Maccabei. I protestanti che invece tale teoria non accettavano (era stato proprio lo scandalo delle indulgenze a provocare la riforma di Martin Lutero) eliminarono dal loro canone i suddetti libri, ritenendoli apocrifi e quindi non ispirati.

Ecco come funzionava la certificazione dell’ispirazione divina: se mi “conviene” li includo nel canone, se non mi conviene li escludo!

Sull’ispirazione divina del testo biblico poi si è generato un autentico “dramma” nella cultura occidentale: un fossato netto che si è creato tra la ricerca scientifica e la fede religiosa.

Nel secolo XVII lo scienziato pisano Galileo Galilei, dando corso alle intuizioni di Niccolò Copernico e servendosi dello strumento del cannocchiale, aveva cercato di spiegare agli uomini del tempo che non era il Sole che girava intorno alla Terra, ma tutto il contrario.

Ebbene ottusamente gli ecclesiastici del tempo sostenevano quest’ipotesi: ma nel libro di Giosué non c’è scritto forse che il condottiero israelita ordina al Sole e alla Luna di fermarsi perché lui possa continuare la strage dei suoi nemici?

Quindi, pensavano i teologi del tempo, il sole per “fermarsi”, deve “girare”!

Come si permette lo scienziato pisano di contraddire Dio in persona?

Il sistema eliocentrico è sbagliato e quello giusto è il geocentrico!

Il povero Galilei, come tutti sappiamo, per non fare una brutta fine, abiurò e da allora non insegnò più il sistema copernicano.

Poi passarono i secoli e chi dice la verità alla fine viene “scoperto” e così Galilei venne riabilitato e la Chiesa cattolica dovette convenire che la Bibbia non andava interpretata alla lettera, fondamentalisticamente, ma si doveva cogliere in essa il messaggio di fondo che parlava generalmente di una bontà del creato, in quanto uscito direttamente dalle mani di Dio.

Fondamentale, come dicevamo prima, il passaggio del Concilio Vaticano II, il quale con la “Dei Verbum” riconosce ed ammette che la Bibbia non contiene una lettura storica e scientifica delle origini dell’Universo, della Terra e del genere umano, ma è solo una lettura sapienziale che si serve di favole, miti, leggende, presi anche a prestito da altre culture, per raccontare come tutto il creato sia un atto di amore e di volontà di Dio.

Grazie a questa presa di coscienza onesta e coraggiosa la Chiesa cattolica ha potuto riconoscere gli errori del passato, chiedere scusa alla scienza ed aprirsi alle nuove teorie scientifiche come il darwinismo che è in aperto contrasto con quanto raccontato dal Genesi.

Purtroppo i progressi della Chiesa cattolica in quanto a lettura ed interpretazione delle Sacre Scritture non sono patrimonio comune delle varie sette religiose che sono presenti su nostrol territorio.

Prendiamo ad esempio i Testimoni di Geova: essi si farebbero “ammazzare” pur di non riconoscere le tante incongruenze a livello scientifico, storico, antropologico, etc. , presenti nel testo biblico e come un “mantra” ripetono, così come faceva la Chiesa cattolica nel ‘600, che la parola di Dio è indefettibile e che non contiene errori di alcuna natura.

Da questa presa d’atto ecco che nascono le assurde posizioni antiscientifiche come l’antievoluzionismo e la proibizione per i propri adepti di ricorrere alle trasfusioni del sangue, spesso facendo correre alle persone seri rischi per quanto riguarda la salute fisica.

Credere in Dio e che egli ci abbia scritto un messaggio attraverso la Bibbia può essere una cosa positiva e consolante; però, facciamo attenzione, se estremizzata e radicalizzata quest’inclinazione può portare a paradossi assurdi ed anche pericolosi, come possiamo constare in forme meno eclatanti nel campo cristiano-occidentale e molto di più in quello islamico orientale.

Vincenzo Caputo

La teoria della relatività: cos’è?

La teoria della relatività elaborata dal fisico tedesco Albert Einstein (1879 – 1955), insieme a quella dell’eliocentrismo di Copernico e dell’evoluzione di Charles Darwin, ha contribuito più di tutte in modo notevolissimo a rivoluzionare il nostro modo di pensare la realtà e di guardare all’Universo.

Vediamo di capire in cosa consiste la teoria della relatività che si suole definire “ristretta” o “speciale” (1905) e “generale” (1916).

Nel 1905 Einstein è molto giovane, ha appena 26 anni, inizia così a studiare quella che può essere definita la sua passione di sempre: l’Universo. L’anno in questione, proprio grazie alle scoperte di carattere scientifico del grande fisico, può essere definito un ‘”annus mirabilis” . Però bisogna anche aggiungere che egli non si occupa soltanto della formulazione della teoria della relatività ristretta, che gli darà fama a livello mondiale, ma anche di altri problemi. Infatti, oltre a quello sulla relatività ristretta, il genio di Ulm pubblica altri due articoli sugli annali della Fisica che rivoluzioneranno questa disciplina scientifica: uno sugli atomi e l’altro sull’interpretazione della natura della luce, che nel 1921 gli farà vincere il premio Nobel.

All’inizio i fisici non ritengono la teoria einsteniana sufficientemente scientifica, ma piuttosto una speculazione di tipo filosofico, sprovvista dei necessari requisiti sperimentali.

Einstein troverà in Max Plank un suo strenuo difensore, che profetizzerà che ci troviamo di fronte ad un novello “Copernico” in quanto a capacità di sconvolgere i vecchi schemi mentali su cui si reggeva la nostra visione della realtà.

Al tempo di Einstein la meccanica, che si basava sulle leggi scoperte da Galileo Galilei e da Isaac Newton, era un edificio concettuale abbastanza solido e ben si accordava con i dati dell’esperienza.

Quando alla fine del secolo XIX furono scoperti l’elettromagnetismo e la natura della luce, ci si accorse che il tutto ormai non collimava più e che i concetti di spazio e di tempo andavano profondamente ripensati.

Ed in questo sta la grandissima intuizione di Albert Einstein: la scoperta dello spazio-tempo che diventa un tutt’uno.

Per esemplificare al massimo, ci si accorse che lo spazio ed il tempo non erano più categorie assolute, ma dipendevano dalla velocità della luce, che ricordiamo si muove a poco meno di 300.000 Km. al sec.

Secondo la teoria della relatività ristretta ecco che nella realtà accadono cose alquanto “strane”, di cui non abbiamo coscienza perché è fuori dalla nostra ordinaria esperienza una velocità che si avvicini a quella della luce.

Infatti l’uomo con le sonde spaziali al massimo è riuscito a raggiungere una velocità di 20 Km al sec., che è inferiore di 15.000 volte quella della luce.

Praticamente è come se noi comparassimo una tartaruga ad una sonda spaziale.

Per questo motivo, proprio perché siamo molto lontani, anzi lontanissimi, dalla zona “magica” della velocità della luce noi non riusciamo a percepire gli effetti della relatività: un po’ come avviene con una calamita,  nel caso noi ponessimo un elemento ferroso a 50 cm. o a un 1 cm. Nella prima situazione non avvertiamo gli effetti dell’attrazione magnetica, nella seconda, sì.

Sulla Terra, considerati i livelli tecnologici raggiunti, noi riusciamo a stare solo nella prima condizione (a 50 cm. dalla calamita) e così non avvertiamo gli effetti della teoria della relatività; per poterli avvertire, dovremmo stare nella seconda condizione (ad un 1 cm. dalla calamita). Ma questo, abbiamo visto, non è possibile perché siamo ben lontani dall’avvicinarci alla velocità della luce.

Einstein illustra con un inspiegabile paradosso a prima vista gli effetti della teoria della relatività ristretta: i due gemelli.

Se uno dei due gemelli se ne andasse in giro per lo spazio con un’astronave che viaggiasse alla velocità della luce, quando ritornerebbe sulla Terra, scoprirebbe che suo fratello è molto più invecchiato di lui.

Quindi, viaggiando alla velocità della luce il tempo si dilata e lo spazio si restringe e così non esistono più uno spazio ed un tempo assoluti, ma relativi.

Se uno viaggiasse per due anni alla velocità della luce, ritornando sulla Terra, atterrerebbe nel futuro.

Indubbiamente sono realtà difficili da intuire, considerate le nostre categorie mentali abituate a considerare lo spazio ed il tempo come degli assoluti.

Ma, come si chiedevano i fisici quando Einstein pubblicò l’articolo sulla relatività ristretta:  esistevano delle verifiche sperimentali di quanto teorizzato?

Noi dobbiamo rispondere di sì.

Infatti, successivamente nel 1971, i fisici hanno voluto riscontrare l’attendibilità scientifica della teoria ed hanno così installato su aerei supersonici degli orologi di alta precisione (atomici al cesio), sincronizzati perfettamente con altri che restavano a terra. Ebbene, dopo lunghi viaggi (50 ore intorno al mondo) a velocità supersonica, si è potuto constatare che gli orologi collocati sugli aerei segnalavano qualche miliardesimo di secondo in meno rispetto a quelli analoghi collocati a terra.

Quest’esperimento dimostrò che la teoria della relatività ristretta era vera perché verificata empiricamente.

Adesso passiamo dalla relatività ristretta a quella generale, dove allo stesso modo accadono situazioni “strane”.

Vediamo di che si tratta.

Einstein, non contento della rivoluzione dello spazio-tempo, inserì nel suo sistema anche la luce e riuscì a spiegare cose che con la sola legge di gravità elaborata da Newton, non era possibile spiegare.

Noi non riusciamo a vedere la luce delle stelle che si trovano dietro il sole, perché riteniamo che essa segue solo una linea diritta e che non può essere vista se coperta da una grande massa.

Cosa scopre Einstein? Egli sostiene che la luce di una stella che si trova dietro il sole può essere vista dalla Terra perché la massa dell’astro riesce a deformare lo spazio-tempo curvandolo e quindi consente alla luce di diventare visibile dal nostro pianeta, in quanto anch’essa segue le curvature che si sono create.

Quale verifica empirica può rendere veritiera questa asserzione?

Basterà un’eclisse solare totale e dalla Terra sarà visibile la luce di una stella che si trova dietro il sole.

Quest’esperimento fu effettuato nel 1919 da Sir Arthur Eddington e dimostrò che anche la teoria della relatività generale era vera: la luce della stella dietro il sole era visibile, in quanto essa aveva seguito le deformazioni dello spazio-tempo.

Con le sole leggi newtoniane sulla gravità questo fenomeno sarebbe risultato inspiegabile.

Ecco che allora Einstein “apre” le porte all’immensità dell’Universo e ci fa comprendere in un senso più pieno la sua vastità

L’umanità deve rivolgere un grandissimo ringraziamento ad Albert Einstein perché con le sue scoperte ha contribuito in modo notevolissimo ad allargare gli orizzonti della nostra conoscenza e a farci comprendere che noi siamo un granellino di sabbia nell’immensità dell’Universo, chissà (ma ormai molto si sa) per quali motivi contingenti arrivato al livello di civiltà (ed anche di inciviltà) che è sotto gli occhi di tutti.

 

Vincenzo Caputo

Il “rasoio di Occam” applicato al rapporto scienza–fede

Per uno di quegli strani accidenti della storia del pensiero, dobbiamo proprio ad un cristianissimo e piissimo frate francescano inglese, Guglielmo di Ockham (1288 – 1347) l’elaborazione di un principio filosofico, il cosiddetto “rasoio di Occam”, che segna un punto decisivo a favore dell’inutilità del concetto di Dio nella trattazione dell’annoso problema del rapporto tra la fede e la conoscenza razionale. Cosa dice questo principio? La formulazione più nota in latino è la seguente: “Frustra fit per plura, quod potest fieri per pauciora” che significa: “è perfettamente inutile fare con più, ciò che può essere fatto con meno”. In realtà il principio è di Aristotele, ma fu intensivamente applicato a tutti i campi del sapere filosofico medievale dal frate francescano. Perché diciamo che questo principio applicato al problema dell’esistenza di Dio, e quindi a quello del rapporto fra fede e scienza, rende superfluo il ricorso ad un essere onnipotente sovrannaturale per spiegare le origini dell’universo, del nostro sistema solare, della vita sul nostro pianeta? Perché ormai sappiamo quasi tutto e possiamo rispondere come Pierre Simon Laplace a Napoleone che gli chiedeva come mai non avesse parlato di Dio nel suo trattato di astronomia: «Maestà, non ho bisogno di quest’ipotesi!».
Vediamo nei dettagli, allora, perché rispetto ai problemi evidenziati poc’anzi, l’origine dell’universo, quella del nostro sistema solare e della vita in suo pianeta periferico, diventa perfettamente inutile fare ricorso al concetto di Dio. Il nostro universo è qualcosa di smisuratamente immenso e, secondo gli scienziati, avrebbe visto la luce circa 14 miliardi di anni fa. Un tempo che la nostra mente non riesce neppure ad immaginare, talmente è ‘profondo’ e gli scienziati discutono se esso sia nato da altri universi (la famosa ipotesi del multiverso). Rispetto a questa storia, noi ormai sappiamo tutto: siamo riusciti a ripercorrerla fino ad un secondo elevato alla ‘-33’, un tempo che è talmente infinitesimo che non riusciamo neppure a pensarlo. Alcune galassie, hanno scoperto gli scienziati, come la M77 o la M87, sono talmente grandi che equivalgono ciascuna a diversi miliardi di miliardi di soli. Anche la nostra galassia, la Via Lattea, è smisuratamente grande: formata da cento miliardi di stelle e  per percorrere il suo diametro ci vogliono 100.000 anni luce. Ritenere che tutto ciò sia stato creato, come fanno i cristiani e le persone che hanno una fede religiosa, per una sottospecie scimmiesca comparsa in modo contingente appena alcuni milioni di anni fa su di un pianeta (il terzo) di un sistema solare periferico di una galassia, anch’essa periferica, rispetto a tutto l’universo, si potrebbe rispondere come Paolo Flores D’Arcais, direttore della rivista “Micromega”, a Vito Mancuso, capofila dei nuovi teologi italiani che guardano con particolare interesse alla scienza e al darvinismo, inviso sia al Vaticano che ai gesuiti, in un bel confronto tra le ragioni dell’ateismo e quelle della fede: «non è neppure, come dicono a Roma, consolasse con l’ajetto». Eppure i creazionisti questo fanno da secoli, eludono i dati della scienza e sostengono che tutto il creato sia opera di un Dio che ci ha voluto fare questo enorme “regalo”. Il grande logico matematico inglese, Bertrand Russel, premio Nobel per la letteratura, in modo molto ironico creò una famosa metafora, quella della teiera volante, che diceva che se lui avesse sostenuto che tra Marte e la Terra ci fosse in orbita una teiera e si fosse assicurato che nessuno strumento ottico sarebbe stato in grado di osservarla, avrebbe potuto portare avanti all’infinito questa tesi, senza che nessuno fosse in grado di contraddirla. In effetti si capisce chiaramente a chi volesse alludere il penetrante logico inglese: alle varie chiese che da secoli sostengono l’esistenza di un essere sovrannaturale perché è scritto in libri antichi e che perseguitano, anche mandando sui patiboli e ai roghi, chi non la pensa come loro. Un’altra riflessione che ci induce ad applicare il famoso rasoio di Occam è la totale contingenza dei processi naturali che hanno portato alla comparsa della specie, alla quale tutti noi apparteniamo, denominata “homo sapiens”. Anche il famoso astronomo della specola vaticana, il gesuita padre George Coyne, ha dovuto ammettere la totale contingenza nei processi naturali che sono stati alla base della comparsa della nostra specie. Sentite cosa afferma in un bel dialogo con lo scienziato Arno Penzias, premio Nobel per la fisica per aver scoperto la radiazione di fondo dell’universo:
“L’universo rivela il dinamismo dell’evoluzione. Avrebbe Dio potuto sapere che noi saremmo apparsi sulla Terra dopo miliardi di anni dal Big Bang? No, non poteva saperlo. Non poteva sapere ciò che non era conoscibile e la comparsa degli essere umani non è stata soltanto il risultato di processi necessari, ma di una mescolanza di caso e necessità e di un universo molto fertile. Dio sperava che noi un giorno saremmo esistiti. Potrebbe aver pregato perché diventassimo una realtà vivente. Ma non avrebbe potuto rendere necessario questo esito, perché ha fatto un universo che non ci ha determinati solo attraverso processi di necessità.”.
Naturalmente il povero padre gesuita dopo queste affermazioni è diventato ex-direttore della Specola vaticana ed è stato pensionato, adducendo motivi di salute. Questo è il fatto: la comparsa di homo sapiens nella savana africana alcuni milioni di anni fa non è il frutto di alcun processo necessario: doveva per forza andare così e non poteva andare altrimenti. No, homo sapiens è il frutto di processi assolutamente contingenti che vanno dagli errori di trascrizione del DNA, alle condizioni fisico-ambientali del nostro pianeta, alla creazione della Rift – Valley, all’estinzione dei dinosauri ad opera di asteroidi che hanno colpito sempre in modo molto casuale la Terra. Ecco, noi questa storia la conosciamo tutta e veramente non abbiamo bisogno di ipotizzare l’idea di un ‘Ente creatore’. Per non parlare poi dell’incongruenza logica in cui ci involviamo, quando andiamo ad ipotizzare un ente sommo, buono ed onnipotente. Già gli antichi, con il filosofo Epicuro, avevano evidenziato questa contraddizione logica: se esiste un dio buono ed onnipotente, da dove viene il male? A questo punto il principio del rasoio di Occam è implacabile e fa giustizia dei tanti contorcimenti intellettuali ed ideologici su cui le religioni si basano per supporre un’idea, la cui formazione nella nostra mente di sapiens è stata anche spiegata scientificamente: l’evoluzione ha premiato quegli ominini che dietro ogni fenomeno naturale vedevano un’entità nascosta: ciò li ha resi più attenti e cauti nei confronti dei predatori, visto che “sapiens” per lungo tempo nella savana è stato più preda che cacciatore. È inutile aggiungere che dichiarare che “Dio è morto”, come fece F. Nietzsche, non significa assolutamente vivere una vita immorale e priva di valori umani come vorrebbero invece sostenere i creazionisti. Significa solo prendere atto di questo: che siamo noi i creatori della norma, visto che abbiamo eliminato la cogenza degli istinti presente in altre specie animali e che dobbiamo crearne sempre di nuove e più adeguate che rispettino in profondità tutti gli esseri viventi, sia quelli umani che animali e vegetali.

Vincenzo Caputo

 

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Le radici culturali dell’omofobia in Italia

È inutile nasconderci dietro un dito: noi italiani siamo omofobi e abbiamo paura della diversità!
La recente polemica, a dir la verità dai toni non molto elevati, tra Wladimir Luxuria e l’on. Giorgia Meloni e il fatto che nel nostro paese non ci sia ancora una legislazione adeguata per le coppie dello stesso sesso, sono una spia incontrovertibile che in Italia siamo ancora lontani dal raggiungere i livelli di civiltà e di democrazia dei paesi del nord–Europa, dove questi problemi li hanno affrontati e li hanno risolti con dignità e lungimiranza. Da noi, nonostante i molti e ripetuti tentativi di avere una legislazione adeguata sulle coppie di fatto, che magari contempli anche la possibilità di adozione da parte di coppie gay, si è sempre giunti ad un nulla di fatto. Chiediamoci con onestà intellettuale il perché.
In Italia ci sono il Papa ed il Vaticano che sono portatori di una weltanschauung decisamente omofoba, in quanto convinti che un essere soprannaturale di natura divina ci abbia voluto far sapere, attraverso le cosiddette “Sacre Scritture”, che egli detesta l’omosessualità e che pertanto essa è “contro natura”. Penso che tutti noi conosciamo la storia di Sodoma e Gomorra, due città situate nei pressi del Mar Morto in Palestina, che secondo il racconto biblico (Gen 19, 1-26) vengono distrutte con una pioggia di zolfo e fuoco, perché ivi si praticava l’omosessualità (non a caso, per secoli, la chiesa ha usato il termine “sodomiti” e “sodomia” per indicare l’amore contro natura, cioè l’omosessualità). Esilarante ed inquietante (soprattutto per le donne) quello che viene raccontato in questa pagina creduta ispirata da Dio. A Lot, fratello di Abramo, si presentano due angeli e lui li ospita. Diffusasi la notizia per Sodoma, subito si presentano uomini e vecchi a casa del patriarca per chiedergli di poter abusare sessualmente dei due angeli che, evidentemente, dovevano essere di belle fattezze. Sconcertante la risposta di Lot: «No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto.» .
Praticamente per quest’uomo di Dio era preferibile lo stupro delle due figlie vergini a quello degli angeli suoi ospiti. Per fortuna ci fu un intervento miracoloso e lo stupro non avvenne, né degli angeli, né delle fanciulle. Ma i poveri sodomiti non poterono evitare la distruzione della loro città. In breve tempo, infatti, essa fu coperta da una pioggia di zolfo e di fuoco che la rase al suolo. Solo Lot si salvò con la sua famiglia, tranne la povera moglie che ebbe l’ardire di guardare indietro e fu tramutata in una statua di sale. Giudicate voi se queste pagine, spacciate per parola di Dio, non grondano omofobia da tutte le parti!
In realtà è proprio su una lettura fondamentalistica della Bibbia che la Chiesa si pone con tutte le proprie forze contro le unioni gay e frappone macigni ideologici colossali contro il riconoscimento a vivere felici di chi ha un diverso orientamento sessuale. Ma cerchiamo di capire il perché nella cultura del popolo ebraico è così accentuato il sentimento omofobico. Esso non possedeva, come poi i cristiani, un concetto dell’aldilà. La vita allora aveva un senso se era benedetta da una prole sana e numerosa. Diventava quindi naturale avere un’avversione spontanea per tutto ciò che poteva ostacolare la riproduzione. Un altro esempio ci viene dalla storia di Onan (nome che ha dato vita al termine “onanismo” che nel linguaggio medico può significare impropriamente “masturbazione” o “coito interrotto”), il quale risultava “sgradito” agli occhi del Signore, perché invece di ingravidare sua cognata, rimasta vedova, “gettava il seme a terra” (Gen. 36-10). Ci ritroviamo di fronte a  una vera e propria ossessione per il sesso non riproduttivo che pari pari è passata nella cultura cristiana. Fintantoché l’ideologia cristiana non è andata al potere e la cultura classica è rimasta in auge, per l’omosessualità le cose non andavano male ed essa era vissuta con normalità ed addirittura esaltata. Pensiamo al “Simposio” di Platone, pensiamo alla scuola sull’isola di Lesbo della poetessa greca Saffo, pensiamo a come veniva salutato Cesare, al ritorno da trionfi militari: “Ave Cesare, moglie di tutti i mariti e marito di tutte le mogli”. Le cose si sono complicate e sono iniziate decisamente ad andare male per l’amore tra persone dello stesso sesso quando, con Costantino prima(274 d. C. – 337) e con Teodosio poi (347 – 395), la religione cristiana diviene “di Stato”. I cristiani (non ci sono ancora cattolici, protestanti ed ortodossi) da “perseguitati” divennero “persecutori” ed iniziarono a massacrare tutti coloro che la pensavano diversamente da loro (una prima vittima fu la filosofa e matematica alessandrina Ipazia, letteralmente scorticata viva con ostriche da un’orda di fanatici cristiani). Naturalmente ne fecero le spese anche gli omosessuali che, a dir di papi e vescovi, tenevano una condotta di vita meritevole, come abbiamo visto nell’inquietante racconto di Lot, di “fuoco e zolfo”. Ecco, per sommi capi, perché noi italiani siamo immersi in una cultura omofobica: lo dobbiamo alla forte presenza della chiesa cattolica, la quale sarà pure meritevole per altre cose a livello sociale, ma sugli omosessuali crede che essi abbiano una condotta di vita che dispiace a Dio, il quale è contento solo se, secondo la cultura ebraica, l’amore è eterosessuale e riproduttivo.

Vincenzo Caputo

 

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La bella “favola” del Papato a Roma

Vaticano

Sicuramente un papa come Bergoglio, per i suoi comportamenti “rivoluzionari”, sta riscuotendo un grande successo sia mediatico che planetario, specie tra i ceti sociali popolari. La chiesa, nella scelta di un pontefice così vicino ai bisogni della gente, ha giocato “d’astuzia”: visto che il mondo della cultura era ormai perso a causa di un processo totale di secolarizzazione che ormai è un dato di fatto ed un papa come Ratzinger, teologo e filosofo alla fine dei conti, risultava praticamente inutile per la realizzazione di un progetto di espansione e di rafforzamento della cattolicità, i cardinali chiusi in conclave hanno giudicato più conveniente e redditizio eleggere al soglio pontificio uno come Bergoglio, magari con non spiccate doti intellettuali e culturali, ma con un grande carisma personale, capace di colmare quegli enormi fossati di impopolarità e di estraneamento che aveva prodotto il “grigio” pontificato di Ratzinger, specie nei confronti delle grandi masse cattoliche, sicuramente più propense ad entusiasmarsi per i “gesti profetici” del primo che non per le sottigliezze “metafisiche” del secondo. Cionondimeno, nonostante la rivitalizzazione intensiva operata dal pontefice sudamericano, rimane il fatto che il Papato come istituzione è un “abusivo” della storia. Vediamo di capire il perché. La chiesa cattolica di Roma fonda essenzialmente l’istituzione del Papato direttamente voluta da Gesù su di una pericope che si trova nel cosiddetto vangelo di Matteo al capitolo 16 vv.18-19:

“ Io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.  A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.

Secondo la dottrina cattolica, non condivisa naturalmente da protestanti ed ortodossi, Gesù avrebbe inteso con le parole su riportate dare il potere di governare la chiesa a Pietro (“legare” e “sciogliere”, “le chiavi del paradiso”). Ma non finisce qui. Sempre secondo la dottrina cattolica, Pietro sarebbe andato a Roma e di quella città sarebbe divenuto il primo vescovo, subendo, ma è una pia leggenda amplificata anche dal celebre dipinto del Caravaggio, il martirio, crocifisso ma con la testa in giù perché ritenutosi indegno di morire come il suo maestro. Poiché Pietro aveva ricevuto il mandato da Gesù di governare, ecco che l’apostolo può trasmettere a tutti i vescovi di Roma, suoi successori, il potere di dirigere la chiesa universale. Già la faccenda sembra “tirata per i capelli” ed appare palese come ci si trovi di fronte ad un’evidente forzatura storico-ideologica. Perché possiamo fare, senza tema di smentita, quest’affermazione? Perché a questa ricostruzione decisamente partigiana e “pro domo” si frappongono molti ostacoli, difficilmente superabili. È quasi superfluo e scontato sottolineare che in nessun punto del Nuovo Testamento si fa mai alcun accenno al fatto che Pietro sia venuto a Roma e di questa città sia diventato vescovo, come non si sa nulla del martirio (si potrebbe dire sulla giustificazione storica e teologica del Papato che “sotto il sole non c’è nulla di nuovo”; spesso la chiesa cattolica ha letteralmente inventato dogmi e documenti per consolidare il proprio potere). Anche le fonti storiche tacciono su una presunta venuta nella città eterna del principe degli apostoli. Ma il macigno più pesante da rimuovere è un altro e vediamo di spiegarne il perché. Tutto il Nuovo Testamento è pervaso da un’attesa spasmodica della venuta del regno di Dio. Ci sono versetti inequivocabili che fanno intendere il tipo di cosmovisione mitologica posseduta da Gesù e dai suoi seguaci:

  • “Questo vi diciamo sulla parola del Signore: noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti.” (Prima lettera ai Tessaloncesi, 4,15, datata ai primi anni 50);
  • la Prima lettera ai Corinziè scritta ad una comunità in cui i primi membri stanno morendo, e Paolo tenta di rincuorarli “Non vogliamo poi lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza” (4,13);
  • “il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!”  (Prima lettera ai Corinzi, 7,29-31).

Come si può evincere da questi scritti (e le lettere paoline, secondo gli studiosi sono state scritte prima dei vangeli canonici) la comunità cristiana e lo stesso Gesù erano fermamente convinti che il regno di Dio si sarebbe realizzato in modo imminente, praticamente era questione di giorni. Allora se questa era la convinzione di Gesù (gli apostoli non avrebbero trasmesso quest’idea se non l’avessero ascoltata dal loro maestro) e della prima comunità, appare evidente che la pericope di Matteo è un’interpolazione, vale a dire che qualche “manina” l’ha aggiunta nel testo matteano a bella posta per favorire il primato petrino, ma questo in tempi successivi, almeno qualche secolo dopo rispetto ai fatti raccontati. Infatti come poteva pensare, Gesù, di istituire un Papato, di per sé struttura stabile che dura nei secoli, se era fermamente convinto che di lì a poco la storia si sarebbe fermata (cambia la scena di questo mondo, dice Paolo) e ci sarebbe stata la “parusia”, cioè l’intronizzazione del regno del Figlio e del Padre?

La verità è che la tesi cattolica sul Papato fa acqua da tutte le parti e non a caso i protestanti hanno buon gioco a non riconoscere il primato di Pietro.

Perché allora il papa si trova a Roma? E’ solamente un fatto politico. Caduto l’impero romano d’occidente nel 476 d. C., il vescovo di Roma resta l’unica autorità morale presente sul territorio, autorità costruita già precedentemente al dissolversi progressivo della struttura statuale latina. Con il trascorrere dei secoli i soliti preti “furbacchioni” hanno cercato di trovare anche una “pezza d’appoggio” al potere temporale dei papi, cioè quest’ultimi, oltre ad essere capi spirituali dei cattolici, erano anche sovrani di uno Stato vero e proprio (lo Stato pontificio). Il trucco è passato alla storia come “la donazione di Costantino”. L’imperatore avrebbe ricompensato i cristiani per l’appoggio militare che aveva ricevuto per la conquista del potere, con la cessione del territorio romano. Il documento truffaldino venne scoperto dal filologo Lorenzo Valla che dimostrò che esso era stato composto nell’VIII sec. e non nel IV (il lessico e la lingua erano inequivocabili), quando era vissuto Costantino.

Questa è storia che non ci faranno mai conoscere, o meglio, di cui Bruno Vespa non parlerà mai nel suo salotto. In televisione avremo sempre una visione edulcorata, acritica, fittizia, funzionale alla sempiterna alleanza tra trono ed altare.

 

Vincenzo Caputo

 

Due donne “negate” a confronto: Santa Teresa d’Avila e la monaca di Monza

La recente ricorrenza del martirologio romano della festività di Santa Teresa d’Avila (1515 – 1582) ha suscitato non poche polemiche sui social network quando è stato messo in evidenza un passo della sua autobiografia con corrispettiva analisi psichiatrica. Il passo oggetto di discussione è questo:

“Gli vedevo nelle mani un lungo dardo d’oro, che sulla punta di ferro mi sembrava avere un po’ di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, così profondamente che mi giungeva fino alle viscere, e quando lo estraeva sembrava portarselo via lasciandomi tutta infiammata di grande amore di Dio. Il dolore della ferita era così vivo che mi faceva emettere dei gemiti, ma era così grande la dolcezza che mi infondeva questo enorme dolore, che non c’era da desiderarne la fine, né l’anima poteva appagarsi che di Dio. Non è un dolore fisico, ma spirituale, anche se il corpo non tralascia di parteciparvi un po’, anzi molto. È un idillio così soave quello che si svolge tra l’anima e Dio, che io supplico la divina bontà di farlo provare a chi pensasse che io mento.” (Santa Teresa d’Avila, Autobiografia, XXIX, 13).

Transverbazione di Santa Teresa d'Avila, 1652, Gian Lorenzo Bernini, Chiesa di Snata Maria della Vittoria in Roma

Transverbazione di Santa Teresa d’Avila, 1652, Gian Lorenzo Bernini, Chiesa di Santa Maria della Vittoria in Roma

Ad una lettura anche non troppo profonda, si capisce che la mistica spagnola sta immaginando un’estasi sessuale che le tristi condizioni in cui soggiacevano le donne del secolo XVI negavano a chi,  per le più svariate ragioni,  si trovava ad essere invischiata in un percorso mistico-religioso. Lo scritto ha anche ispirato la celebre scultura al Bernini, in cui la santa è colta con viso estasiato, tradendo la chiara origine di tale godimento. Queste note ci consentono di parlare della sessualità delle donne del ‘500 come una “realtà negata”. Il sesso assolutamente non doveva essere vissuto come realtà gratificante,  ma solamente come atto riproduttivo a cui le donne erano destinate da un piano divino. Il piacere era tutto al maschile e guai se una donna aveva di queste fantasie. Ecco perché Santa Teresa è costretta a fingere di ricevere da Dio una transverberazione, che nel linguaggio tecnico-mistico significa che un essere umano sta ricevendo sul proprio corpo le stesse piaghe che subì Gesù Cristo durante la crocifissione.  È, questo, un fenomeno molto comune tra i cattolici. Vari personaggi più o meno noti sostengono di averla avuta: padre Pio, San Francesco d’Assisi, Gemma Galgani, Natuzza Evolo e diversi altri. In realtà, come negli anni ’30 del secolo scorso mise bene in evidenza padre Agostino Gemelli (quindi un religioso), occupandosi del frate di Pietrelcina, è un fenomeno d’isteria che comporta tali e tante somatizzazioni da identificarsi con il soggetto amato, in questo caso Gesù Cristo. Ovviamente la Chiesa cattolica si è sempre ben guardata dallo “smascherare” questi fenomeni isterici e le è ben convenuto di farli passare come realtà sovrannaturali.

Come confronto naturale con la santa spagnola viene spontaneo pensare alla monaca di Monza, personaggio indimenticabile creato dalla fantasia di Alessandro Manzoni, ma non troppo, perché certamente il grande romanziere si è ispirato ad una donna realmente vissuta nel XVII sec., Marianna de Leyva y Marino (1575 – 1650) che assunse il nome di Suor Virginia. Nella trasfigurazione romanzesca questa donna si chiama Gertrude e viene costretta dal padre, nobile di lignaggio non certo di cuore, ad una monacazione forzata. Il suo genitore fu così crudele perché si appoggiava ad una terribile legge contro le donne, che assegnava tutte le proprietà paterne al primo figlio maschio. Questa legge veniva denominata “del maggiorascato”. A questa poveretta fin da piccola fu fatto il lavaggio del cervello e a tutti i costi doveva entrare in convento per non frazionare il patrimonio della famiglia. Con una pressione psicologica terribile, il padre (Manzoni dirà che non osa chiamare “padre” una persona che compie tale abominio) riesce a mandarla in convento. In questo luogo di pene e sofferenze per la povera Gertrude, che voleva vivere le gioie della vita e della maternità, si prende la sua “rivincita”. Approfittando del fatto che, per le sue origini nobili, le era riservato un’ala del convento, riesce a conoscere un uomo e a divenirne l’amante. Lapidaria e “bigotta” l’espressione del Manzoni quando ci fa sapere che la monaca di Monza ha intrapreso una relazione sentimentale con un uomo: la sventurata rispose. Ecco, io correggerei profondamente il Manzoni: avrei detto che questa donna aveva preso piena coscienza dei suoi diritti femminili e stava vivendo fino in fondo quell’amore che una società crudele e maschilista negava all’altra parte del cielo.

Due donne “negate”, quindi, Santa Teresa e la monaca di Monza: la prima “fingeva” un amore soprannaturale, quando era evidente il suo desiderio spasmodico di vivere intensamente una relazione carnale; la seconda, sfidando le convenzioni ed i pregiudizi del tempo, vive fino in fondo una relazione reale con il suo innamorato, pagando con una terribile pena (fu murata viva) il suo andare “controcorrente”.

È quasi ovvio aggiungere che le mie simpatie vanno alla monaca di Monza, antesignana della liberazione sessuale delle donne, che ha trovato il suo apice negli anni ’60 del secolo scorso; Santa Teresa è un personaggio troppo scontato, troppo “piegato” alle convenzioni del tempo, che vedevano come “sovversivo” ogni pieno appagamento delle donne.

 

Vincenzo Caputo

 

Cos’è la vita?

big bangOgni essere pensante si deve chiedere il senso della sua esistenza, perché è apparso nel mondo. Quando ce lo chiediamo a livello personale, la risposta ci può pure risultare facile: sono venuto al mondo perché i miei genitori si sono amati. Quando però questa domanda ce la poniamo a livello di specie, la risposta da trovare può apparire molto più difficile. Perché un giorno sulla Terra è apparsa la nostra specie? C’è un motivo! Abbiamo uno scopo? Da dove veniamo? Dove andremo? Ebbene, le risposte potrebbero apparire sconcertanti e devastanti se non riflettiamo bene su di esse. In realtà, a queste domande, non c’è alcuna risposta. Noi uomini, che la tassonomia linneana ci definisce “homo sapiens”, siamo il frutto del più puro caso, della più assoluta contingenza. Affermava un grande paleoantropologo americano, morto prematuramente a soli 61 anni nel 2002, Stephen Jay Gould, che se noi riavvolgessimo per cento volte il film della vita, potremmo avere 100 finali diversi. Vale a dire: sarebbe bastata una qualsiasi variazione a livello climatico, ambientale e biologico rispetto a quello che è realmente accaduto e noi oggi non ci troveremmo a discutere amabilmente di queste cose.

Cerchiamo di capire sul piano scientifico se quello che abbiamo affermato è corroborato da evidenze empiriche e cosa è arrivata a sapere o ancora non conosce l’impresa razionale di “homo sapiens” che si chiama “scienza”. Grazie alla scoperta della radiazione cosmica di fondo avvenuta nel 1964 ad opera degli astronomi americani Arno Penzias e Robert Woodrow Wilson, per la quale nel 1978 ottennero il premio Nobel per la fisica, siamo venuti a sapere che il big bang che ha dato origine al nostro universo è avvenuto circa 14 miliardi di anni fa. Gli scienziati discutono accesamente se il nostro universo sia appunto “universo” o ce ne siano altri (ipotesi del multiverso e teoria delle stringhe). Rispetto a queste conoscenze, non si è ancora riusciti a stabilire se l’universo (o gli universi) sia infinito e se sia esistito da sempre. Quello che sappiamo per certo è che dopo circa 8 miliardi di anni si è formato il nostro sistema solare, che fa parte di una galassia periferica (la via lattea). La Terra, il pianeta che ci ha visto nascere, è il terzo del sistema solare che vede al centro, e non come erroneamente si pensava fino al XVII sec., la nostra stella. Essa ha circa 5 miliardi di anni e, se non prima, cesserà di esistere tra altri 5 miliardi di anni, quando si esauriranno le reazioni termonucleari ed il sole diventerà una gigante rossa, inglobando tutti i pianeti, ovviamente compreso il nostro, e distruggendoli. E siamo sicuri, di quest’evento l’universo non se ne accorgerà neppure e continuerà ad esistere chissà per quanti altri anni ancora. Alla faccia di tutti coloro che “presuntuosamente” ritengono che i miliardi di galassie e i miliardi di soli siano stati creati appositamente per noi uomini! Sul nostro pianeta per circa un miliardo di anni non c’è stata vita: troppo inospitale la Terra perché questo fenomeno potesse verificarsi! Ad un certo momento, nella lotteria cosmica esce il “biglietto vincente” e si forma una molecola di RNA capace di autoriprodursi. La scienza ancora non ha scoperto in che modo determinate sostanze si siano combinate e siano diventate “vita”, ma quello che può dire è che quelle sostanze erano già tutte presenti sulla Terra al momento della “partenza”. Gli scienziati hanno anche scherzosamente creato un nome per questa prima molecola: LUCA. Perché proprio LUCA? E’ un acronimo formato delle iniziali delle parole inglesi di “Last-Universal-Common-Ancestor” (ultimo universale comune antenato). Da LUCA fino alla comparsa di “homo sapiens” ormai sappiamo tutto! E’ stata l’evoluzione che ha prodotto l’infinita biodiversità che ci è attestata dalle analisi scientifiche, sia negli esseri che si sono estinti sia in quelli che ancora oggi sono presenti. Come avviene l’evoluzione? E’ un meccanismo molto semplice! Le cellule si riproducono incessantemente per formare copie identiche di se stesse; però a volte avviene che questa copiatura non è perfetta ed avvengono degli errori. Gli errori di copiatura delle cellule possono risultare ininfluenti o letali per l’organismo, in taluni casi però quell’errore di copiatura dà vita ad un nuovo organo che se incontra il favore dell’ambiente e del clima può risultare “vincente. In quel caso l’organismo in possesso di quel nuovo organo ha più possibilità di sopravvivere e quindi di generare più prole, che in modo automatico tenderà a diffondersi. Questa dinamica è avvenuta per tutti gli esseri viventi che si sono succeduti nei circa 4 miliardi di anni in cui è stata presente la vita. Ed è avvenuta anche per noi “sapiens”! Circa 10 milioni di anni fa, sommovimenti tellurici crearono in Africa orientale la cosiddetta “Great Rift Walley” che costituì una barriera ai freschi venti che provenivano dall’oceano Atlantico, provocando un inaridimento delle terre che si trovavano ad est e trasformando quindi la foresta in savana. Noi siamo i discendenti delle scimmie antropomorfe che si sono trovate a vagare per la savana. Errori ripetuti di trascrizione del DNA hanno creato gli organi adatti per farci scendere dalle piante ed assumere la posizione eretta, la quale comunque era più favorevole perché esponeva meno parte corporea ai raggi infuocati del sole e permetteva, una volta scomparsa la vegetazione della foresta, di vedere meglio eventuali predatori. Noi non siamo, come comunemente si può credere, l’unica specie del genere “homo”: ce ne sono state almeno un’altra ventina (tutto attestato dalla biologia molecolare che riesce a tracciare genomi anche su reperti fossili). Così sono andate le cose! Riteniamoci fortunati! La vita, come dice il più grande filosofo della scienza che abbiamo in Italia, Telmo Pievani, è un “dono inaspettato”: l’abbiamo ricevuto, ma potevamo anche non riceverlo. E ci sono state mille occasioni nella storia della Terra che hanno messo a repentaglio la possibilità che noi un giorno comparissimo e incominciassimo a coltivare la presunzione che tutto l’universo fosse stato creato per noi. Tralasciando le cinque glaciazioni che hanno fatto estinguere circa il 90% degli esseri viventi, basta considerare questo dato: se sessanta milioni di anni fa un asteroide non avesse colpito la Terra e fatto estinguere i grandi rettili, meglio conosciuti come dinosauri, i mammiferi non avrebbero mai potuto lasciare le loro nicchie ecologiche e diventare di grossa taglia e quindi di conseguenza noi non saremmo mai comparsi. Ritornando al punto da cui siamo partiti: perché esistiamo e perché siamo venuti al mondo come specie, dobbiamo rispondere che non c’è alcuna ragione. Ma questo non significa farsi prendere dalla disperazione e farci affermare che la nostra vita non ha un senso. La vita un senso ce l’ha ed è quello che vogliamo darle noi. Tutti ci rendiamo conto che è un bene vivere per la giustizia sociale, per la solidarietà umana, per la cultura, la scienza e l’arte perché ciò ci rende più felici e crea intorno a noi una società più vivibile ed armonica: quindi facciamolo ed impegniamo le nostre forze perché tutto ciò si attui nel miglior modo possibile.

Vincenzo Caputo

Scuola di Stato o scuola confessionale?

Questa riflessione è stata fatta scaturire da un evento verificatosi a Somma Vesuviana (NA) il 31 ottobre u.s.: “L’Autunno: tra la Terra ed il cielo”, un progetto didattico del I Circolo “R. Arfé”.crocifisso-scuola

Circa 500 bambini sono stati portati nella piazza del paese per festeggiare l’ingresso dell’Autunno. Prima dell’ingresso in piazza, i bambini, durante il normale orario scolastico, sono stati fatti passare per la Parrocchia, dove il prete ha fatto loro un sermone in cui spiegava la teoria della sopravvivenza delle anime in un luogo chiamato “Paradiso” dalla tradizione cattolica, che i santi erano “amici” di Gesù e che essi dovevano avere come modello quello che portava il loro nome e altri punti della dottrina cattolica. Come se non bastasse, la maestra, direttrice della manifestazione, ha proseguito nell’indottrinamento “snocciolando” in piazza altri punti del catechismo. La manifestazione ha subito innescato una polemica sui social network: era giusto o meno, in nome del multiculturalismo e della libertà di coscienza, che una scuola di Stato, e quindi di tutti, organizzasse un tale tipo di evento, come se fosse una scuola confessionale? In questa sede esporrò il mio pensiero, nella speranza che l’articolo susciti un dibattito che serva a tutti, sia laici che credenti, a chiarirsi le idee. Non è giusto che una scuola di Stato, in orario scolastico, organizzi una manifestazione sull’Autunno in cui palesemente si faccia propaganda religiosa. A quel tipo di manifestazione un genitore e un figlio che non fossero cattolici ma Testimoni di Geova, Ebrei, Buddisti, Protestanti, Musulmani o, semplicemente, atei o agnostici si sarebbero trovati in evidente imbarazzo, perché venivano fatte passare come verità “erga omnes”, cioè valide per tutti, credenze molto particolari di una determinata confessione cristiana, che tanti non ritengono aderenti alle Sacre Scritture o, addirittura, come nel caso di atei ed agnostici,  affermazioni del tutto prive di senso. Noi in Italia, dal 1929, anno in cui avvenne la Conciliazione tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, dopo i noti fatti del 20 settembre 1870 che portarono alla perdita del potere temporale del papa, viviamo a livello scolastico una situazione che, tra i paesi europei progrediti e civili, non ha pari ed è alquanto anomala. Vediamo di capire il perché.

Benito Mussolini, a quel tempo dittatore indiscusso e capo del governo italiano, con il Concordato dell’anno precedentemente ricordato, introdusse l’insegnamento della religione in tutte le scuole di ogni ordine e grado non universitarie, adducendo la seguente motivazione, contenuta nell’art. 36:

“L’Italia considera fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica l’insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica. E perciò consente che l’insegnamento religioso ora impartito nelle scuole pubbliche elementari abbia un ulteriore sviluppo nelle scuole medie, secondo programmi da stabilirsi d’accordo tra la Santa Sede e lo Stato. Tale insegnamento sarà dato a mezzo di maestri e professori, sacerdoti e religiosi approvati dall’autorità ecclesiastica, e sussidiariamente a mezzo di maestri e professori laici, che siano a questo fine muniti di un certificato di idoneità da rilasciarsi dall’ordinario diocesano. La revoca del certificato da parte dell’ordinario priva senz’altro l’insegnante della capacità di insegnare. Pel detto insegnamento religioso nelle scuole pubbliche non saranno adottati che i libri di testo approvati dalla autorità ecclesiastica”.

(Legge 27 maggio 1929, n. 810 art. 36).

Questa motivazione nel 1984, anno in cui con il governo di Bettino Craxi, primo socialista in Italia a divenire presidente del Consiglio, si pensò di adeguare una simile norma all’evoluzione che aveva avuto la società italiana in campo religioso e culturale, apparve un “mostro giuridico” e si cercò quindi di correre ai ripari. Col nuovo Concordato l’insegnamento della religione cattolica fu riconfermato, ma venne cambiata la motivazione e le modalità di avvalersene. Vediamo cosa dice a riguardo il Concordato “craxiano”:

“La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado. Nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento.”

Questo è il punto! E’ vero, c’è una legge dello Stato che, riconoscendo il valore del patrimonio culturale cattolico, concede la possibilità di insegnare da parte di docenti pagati con denaro pubblico ma nominati dall’Ordinario diocesano la dottrina di tale religione nelle scuole, ma risulta anche evidente che tale insegnamento deve “limitarsi” all’ora di religione e non travalicare. Perché questo? Perché in tale caso la legge protegge la mia libertà di coscienza concedendomi l’istituto di non avvalermi di detto insegnamento, in quanto di natura confessionale e di poter non stare a scuola o usufruire di attività alternative durante quell’ora.

Invece cosa è successo nella manifestazione organizzata dal I Circolo didattico?

E’ stato leso il diritto ad una giornata di studio a tutti quei bambini figli di genitori non cattolici, che in questo caso non hanno potuto usufruire della “protezione” dell’istituto del non avvalersi per motivi di libertà di coscienza, sanciti solennemente dalla Costituzione repubblicana e recepite in leggi che regolamentano la disciplina in materia.

La mia viva speranza è che queste brevi note di riflessione facciano sorgere all’interno della società civile un sincero, ampio e democratico dibattito che sia costruttivo e spinga tutti, laici e credenti, al rispetto delle norme del buon vivere.

Vincenzo Caputo

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I “frutti” dell’Illuminismo in Occidente

Salon de Madame GeoffrinNiente meglio di questo pensiero del grande filosofo di Konigsberg, Emanuele Kant (1724 – 1804), definisce cosa sia l’Illuminismo:

“L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo”

(da “Risposta alla domanda: cos’è l’Illuminismo?”, 1784).

L’Illuminismo è stato un grande movimento filosofico, politico e culturale che ha interessato ogni settore della vita associata degli uomini. Nato in Inghilterra verso la metà del sec. XVIII, ha avuto la sua massima diffusione grazie ai pensatori francesi che ne hanno fatto lo strumento concettuale per “rischiarare” attraverso i lumi della ragione le menti “ottenebrate” dalla superstizione e dai pregiudizi. È proprio grazie ad esso che il nostro Occidente ha intrapreso un percorso “virtuoso” che ci ha fatto fare passi da gigante sotto vari profili rispetto a tutti quei paesi asiatici ed africani che non l’hanno conosciuto ed hanno continuato a vivere all’ombra di teocrazie e regimi ottusi, tirannici e fondamentalistici. Per comprendere appieno la portata rivoluzionaria del movimento culturale di cui stiamo parlando, dobbiamo gettare uno sguardo sulle società preilluministiche. Esse erano profondamente “asimmetriche”, basate sul privilegio. Esisteva gente che era più “eguale” degli altri: in genere, aristocratici ed alto clero (stanno sempre dalla parte del potere!) che, pur essendo molto ricchi e titolari di numerose proprietà, pretendevano di non pagare le tasse. Due episodi, tratti non dalla storia, ma dalla verisimiglianza della cinematografia, che spesse volte riproducono la realtà ancor meglio dei documenti storici, ci possono far comprendere qual era la mentalità del tempo. Uno è tratto dalla popolare fiction televisiva “Elisa di Rivombrosa”. La protagonista è una bellissima ragazza che attira le voglie libidinose e sfrenate di un nobile, il quale, approfittando di un’occasione in cui la fanciulla è sola, mette in atto un tentativo di stuprarla. Elisa naturalmente si divincola e cerca di sfuggire all’aggressione e, nel far questo, afferra una pietra e spacca la testa all’aristocratico. Ebbene, alla fine dei conti, il nobile va in ospedale con la testa rotta e la nostra eroina in carcere, addirittura condannata a morte con un processo che potete immaginare come si sia svolto (per fortuna, la fiction doveva continuare e la sceneggiatura trova il modo di evitarle l’orribile fine).

Un altro è tratto dal famoso film “Il marchese del Grillo”, interpretato magistralmente dall’indimenticabile Alberto Sordi. Ad una domanda del perché al nobile toccava una sorte diversa rispetto ai suoi compagni in ordine ad una carcerazione per schiamazzi notturni e sovversivi, il marchese in modo ineffabile risponde: «Perché io son io, e voi non siete un c…!» Ecco qual era la realtà dei fatti: alcuni avevano tutti i “diritti” di questo mondo, tutti gli altri, i non nobili e coloro che non erano alto clero, avevano solo “doveri” e quindi “giustamente”, secondo la mentalità corrente, non contavano manco un c… .

Questo stato di cose, inutile dirlo, “cementato” dalla ferrea alleanza tra trono ed altare (raramente nell’evolversi storico la chiesa è stata dalla parte dei deboli!), andò in frantumi grazie al pensiero illuministico che sul piano storico “provocò” la gloriosa rivoluzione francese con il suo illustre trinomio: libertà, eguaglianza, fratellanza. Se non ci fossero stati prima l’Illuminismo e la rivoluzione francese e poi Napoleone che, con le sue armate, avrebbe diffuso in tutti i paesi conquistati e sottomessi gli ideali rivoluzionari, noi molto probabilmente vivremmo ancora in una società “asimmetrica” e non vedremmo scritto sulle pareti di ogni tribunale “La legge è uguale per tutti”. La rivoluzione francese, pensate un po’, arrivò anche a Napoli, dove una piccola nobiltà illuminata ed una intraprendente borghesia, grazie alle armate francesi, riuscì a cacciare via i Borbone e ad istituire la gloriosa “Repubblica partenopea”. Ricordiamo alcuni di questi nomi che hanno tentato di dare dignità e “schiena diritta” ai Napoletani: Eleonora Fonseca de Pimentel, Luisa Sanfelice, Domenico Cirillo, Francesco Mario Pagano.

Purtroppo l’esperienza della Repubblica partenopea durò poco! Il protervo potere ecclesiastico, che vedeva nella nuova istituzione un pericolo per la conservazione di privilegi e rapporti di forza, nella persona del cardinal Fabrizio Ruffo organizzò la reazione, radunando quella massa di disperati ed analfabeti che erano i sanfedisti, e sopraffece la fragile neo repubblica, che nel frattempo era stata anche abbandonata dalle armate francesi, impegnate in altri teatri di guerra. Infame e fedifraga fu la sorte che il feroce governo borbonico fece capitare ai rivoluzionari. Questi ultimi si erano arresi alle soverchianti forze sanfediste con la promessa di avere salva la vita. I giudici, manovrati dalla corte borbonica, invece spudoratamente li condannarono a morte mediante impiccagione.

Non si sa se sia leggendario o storico l’episodio noto sotto il nome di “le mutande di donna Eleonora”. La povera repubblicana, nel momento di salire sul patibolo per essere impiccata, chiese di indossare l’indumento intimo per conservare da morta quella dignità che invece avrebbe perduto, mostrando a tutti gli astanti le sue parti intime, una volta che avesse penzolato dalla forca. È un episodio, quella della Repubblica partenopea del 1799, che va ricordato, soprattutto da parte delle giovani generazioni napoletane, che devono sapere quanto sangue sia stato versato perché essi potessero trovarsi a vivere in una società che aveva alla sua base i principi di libertà uguaglianza e fratellanza. In conclusione di queste brevi note, possiamo senz’altro affermare che siamo stati fortunati a nascere in questa parte di mondo che ha conosciuto l’Illuminismo ed è quindi stata capace di gettarsi alle spalle le tante ingiustizie e i tanti pregiudizi di società sacrali e teocratiche che vedevano nell’ordine costituito piramidale, al cui vertice si trovavano gli aristocratici ed i potentati ecclesiastici, un preciso progetto e comando di Dio.

Vincenzo Caputo